L’arcivescovo di Vienna, intervistato da Padre Spadaro, toglie ogni illusione alle anime belle: Amoris Laetitiae
è magistero, eccome. E aggiunge: in “certi casi” chi è in situazione
oggettiva di peccato può accostarsi ai sacramenti. E questo si chiama,
piaccia o meno, lasciapassare per il sacrilegio.
di Paolo Deotto
.
L’argomento
“astuto” con cui le anime belle (chiamiamole così per delicatezza…)
hanno fin qui giustificato le incredibili affermazioni contenute nella
Amoris Laetitiae era questo: A.L. non è magistero, è
“l’opinione” del Pontefice sulla famiglia. Affermazione grottesca, è
chiaro, e in ogni caso contraddittoria, perché è ben singolare che un
Pontefice possa avere una sua personale “opinione” su argomenti di Fede e
di Dottrina. Avremmo insomma il caso singolare di un Pontefice che in
alcuni casi può essere il dott. Jekyll e in altri Mister Hyde. Quando va
in libera uscita come Mister Hyde, spara tranquillamente affermazioni
eretiche.
Le anime belle vanno del resto
compatite. Alcune per malinteso dovere d’ufficio (“Il Capo ha sempre
ragione”), altre per servilismo, altre ancora per congenita incapacità
di ragionare, tutte comunque dovevano arrampicarsi sugli specchi per far
quadrare il cerchio.
Il Corriere.it
pubblica un estratto dell’intervista che il cardinale Christoph
Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha concesso a Padre Antonio Spadaro,
direttore della rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica. Ebbene, l’intervistato, che, va ricordato, (OMISSIS) ha de facto nominato interprete autentico di A.L. , toglie subito ogni illusione. Gli arrampicatori sugli specchi scivolano giù rovinosamente.
“È evidente che si tratta di un atto
di magistero! È una Esortazione apostolica. È chiaro che il Papa qui
esercita il suo ruolo di pastore, di maestro e dottore della fede, dopo
avere beneficiato della consultazione dei due Sinodi. Penso che, senza
dubbio alcuno, si debba parlare di un documento pontificio di grande
qualità, di un’autentica lezione di sacra doctrina, che ci riconduce
all’attualità della Parola di Dio. Amoris laetitia è un atto del
magistero che rende attuale nel tempo presente l’insegnamento della
Chiesa”.
Più chiaro di così…
Non pretendo qui di fare l’approfondita
analisi dell’intervista. Mi sembra però che sia utile soffermarsi su
poche parole, perché ci mostrano, con spudorata chiarezza, come il
relativismo ormai domini in certa “teologia”. Dopodiché, va benissimo
che A.L. sia, senza equivoci, un atto di magistero. Di “quale” magistero, è un altro paio di maniche.
Mi sembra utile leggere con attenzione questo passaggio:
Domanda: Il Papa
afferma che «in certi casi», quando ci si trova in una situazione
oggettiva di peccato — ma senza essere soggettivamente colpevoli o senza
esserlo interamente —, è possibile vivere nella grazia di Dio. C’è una
rottura con ciò che è stato affermato in passato?
Risposta: «Il
Papa ci invita a non guardare soltanto le condizioni esteriori, che
hanno la loro importanza, ma a domandarci se abbiamo sete di perdono
misericordioso, allo scopo di rispondere meglio al dinamismo
santificatore della grazia. Il passaggio tra la regola generale e i
“certi casi” non si può fare solo attraverso considerazioni di
situazioni formali. È possibile dunque che, in certi casi, colui che è
in una situazione oggettiva di peccato possa ricevere l’aiuto dei
sacramenti».
Ecco ufficializzate nuove interessanti
categorie: la “situazione oggettiva di peccato”, in cui però si può non
essere “soggettivamente colpevoli”, oppure esserlo “non interamente”. Al
caos, non certo casuale, della domanda, fa seguito il caos, non certo
casuale, della risposta.
E così apprendiamo che si può essere in
peccato, ma non esserlo, oppure essere in peccato ma non esserci del
tutto, dal momento che si fa la curiosa distinzione tra situazione
“oggettiva” e “soggettiva” di peccato. E chi è colpevole “senza esserlo
interamente”, cosa deve fare? Un pentimento ma solo in percentuale? E
comunque in “certi casi” (quali? Non si sa!) chi è in situazione
oggettiva di peccato (senza specifiche se sia soggettivamente colpevole
oppure lo sia solo parzialmente) può ricevere “l’aiuto dei sacramenti”.
Ma l’unico “aiuto” che il peccatore può
ricevere non è l’assoluzione, ovviamente previa confessione? La quale
confessione comporta il sincero pentimento e il proposito di non
perseverare nel peccato.
No, qui si parla di “sacramenti”, al
plurale, e poiché si è a lungo blaterato, pardon, dibattuto, sulla
comunione ai divorziati risposati, ecco che scopriamo che praticamente
tutti possono ricevere la comunione, perché l’apparente caos delle
situazioni “oggettive”, “soggettive”, “non interamente oggettive”, in
definitiva comprende tutto e tutti. La genericità dei “certi casi”
lascia ovviamente la porta aperta alle interpretazioni più diverse.
Resta il fatto incontrovertibile che
“Chi mangia il pane e beve il calice del Signore indegnamente, mangia e
beve la propria condanna”. Ma si direbbe che questo non preoccupi più.
Evidentemente la salvezza eterna non rientra più tra gli interessi di
questa singolare neochiesa che esprime un nuovo “magistero”. Tant’è che
con le affermazioni sopra riportate si rilascia, erga omnes, un
lasciapassare per il sacrilegio.
E per chiudere, mi limito a sottolineare una cosa: questo guazzabuglio (e il resto che potete leggere su Corriere.it)
non proviene da un mattacchione qualsiasi, in vena di bizzarrie
para-teologiche. Proviene dal cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo
di Vienna, indicato da (OMISSIS) come miglior interprete di A.L.
È tutto così terribilmente chiaro. Dio ci salvi.
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